Le promesse mi scappano più dei peti e dei rutti. Sono sempre stato un manierato coglione, ormai tutti lo sanno.
Questo post dovrebbe essere una storia che cerca di riparare i danni di troppi spot di assorbenti femminili in cui le tipe si buttavano da un aereo col paracadute o provavano l’irrefrenabile impulso di arrampicarsi sugli alberi a recuperare palloni, aquiloni e altri balocchi, per la gioia dello sfaticato pubblico maschile sottostante sicuramente presente.
E’ un assioma: se dove c’è un cantiere c’è almeno un pensionato, dove c’è un qualsiasi attributo femminile in bella mostra c’è almeno un paio di occhi maschili che lo fissa.
Quando non si sa come cominciare, si comincia. Quando non si sa come finire, si tira dritto.
Io e la Silvia ci si chiedeva: possono esistere libri che invece che col tempo ci guadagnano con l’atmosfera?
Pare che un Due di Due di Andrea De Carlo sia digeribile da un minorenne solo davanti ad un caminetto.
Vale anche per la musica? Certo, rispondo io: i Built to Spill rendono il massimo solo da neopatentato sulla tua prima macchina, prima del fatidico quanto inevitabile primo incidente da neopatentato.
Io ricordo di essere finito in una risaia un sabato sera. Il tutto non mi impedì di arrivare al locale, anche se a bordo del carro attrezzi e senza la minima idea di come sarei tornato a casa.
Qualche sera prima avevo incontrato quello che poi avrebbe tirato i sassi dal cavalcavia e adesso mi pare sia morto. Voleva picchiarmi, poi invece mi offriva da bere. Noi eravamo già in 5 in macchina ed il finestrino dietro era bloccato aperto. Si guidava col cappello militare di pelo.
Ma avevo vent’anni, prima che lo scoprissero Massimo Coppola e MTV. Erano ventanni tutto sommato liberi, ineluttabilmente grunge, ostinatamente metal. Vent’anni anche un po’ hip-hop, con i Beastie Boys che giocavano agli Starsky & Hutch e Beck che pasticciava tutto, tagli di capelli e balli texani compresi.
Dalle mie parti, tra musicanti, si suonavano i gruppi di Woodstock, il rock blues, Stevie Ray Vaughan e gli U2. Poi a parte c’erano i punkettari, sfigati, derisi ed emarginati. Ovviamente sono quelli che hanno combinato di più con la musica e sono usciti da questa palude padana. Loro suonano ancora.
I guitar hero dell’epoca adesso lavorano all’Esselunga e si intristiscono passando da una cover band all’altra.
Dicono di esser stufi, di voler far pezzi loro, ma lì si fermano.
C’è una specie di nebbia qui, proprio come quella che si vede d’inverno, che si frappone immancabilmente fra quello che uno sogna di sè e poi invece fa.
Siamo gente di profonde autosuggestioni, più onesti nel pagare il conto del bar che a tirare le somme con noi stessi.
Una cosa che mi torna sempre in mente erano gli sguardi di certe professoresse al liceo, sempre dello stesso tipo ogni volta che tiravamo fuori una delle nostre novità.
Alfredo, Giorgione, Bosco, il Verdi e poi ancora Omar e gli “Opera Omar”, il Crema e Brio, Droghi, il Bitu e il ragioniere. Peddu, Carry e Antonello e i due gemelloni, uno ci sta provando con la politica, l’altro non so. Cebo aveva aperto un bar, qualche tempo fa, Lele non è più lui. La ragazza col motorino si sposa questa estate, suo fratello non vive più qui, Angelo ha aperto un pizza al trancio.
Pancio lavora a Milano, lo incontro sul treno che mi parla delle sue Harley e del sindacato, io ho sempre sonno e fatico a stargli dietro. Franco è lo stesso dell’asilo, con il naso grosso e il vocione che fa spavento, ma ferma sempre la bici quando ti incontra e ti offre il caffè dicendo che non importa, la prossima volta paghi tu.