Torna tu che torno anche io, dopo i Duran Duran sono tornati anche gli Europe.
Mi hanno detto che piace quando qui su questo blog racconto qualche episodio di vita vissuta e questo è un blog ruffiano, si sa.
Vogliamo parlare degli Europe? E’ un domanda retorica: vogliamo. (O voliamo, come direbbero i seguaci di Pindaro, visto che qui si faranno un salti di tempo e di argomento davvero notevoli.
Tenetevi stretti che qui si rischia di perdere la retta via del senso compiuto già verso il secondo paragrafo).
Gli Europe (qui è la mia memoria che vi parla) fecero il botto nel 1986, con una canzone rock come poteva esserlo in pieni anni ’80, un giro di tastiera schifosamente orecchiabile ed epico quanto basta e soprattutto con una quantità industiale di capelli al vento e fumo artificiale, che li rendeva telegenici, filoadolescenziali e ammiccanti sia verso il grande pubblico notoriamente prono a qualsiasi cosa venga incasellato in una classifica, sia verso la frangia meno estremista dei rockettari, all’epoca completamente sbandati e frastornati in un mare di Duran Duran e Spandau Ballet, praticamente delle aringhe in un barile a cui sparare. In quegli anni fecero la loro apparizione da meteore anche i Doctor and the Medics, guarda un po’.
Voi vi chiederete cosa aspetti a fare la miglior battutina acidella possibile, so che la state aspettando (miiii quanto sono ruffiano eh? E’ vergognoso quanto ammicco, mi trattengo a fatica) o forse penserete che alla fine, la battutella mordace in questo momento proprio non mi venga.
Fatemi continuare, è una questione quasi umanitaria, o un caso umano, se preferite.
Nel 1986 avevo 10 anni, quinta elementare, quintaccì per l’esattezza. Anche D. aveva 10 anni, e anche lei faceva la quintaccì.
Io ero completamente cotto di D., ma sapete come l’amore a quell’età non lo si sappia molto come prendere. Le ragazze sono ancora “le femmine” e frequentarle comporta rischi d’immagine notevoli. Non ci si strugge, non ci si fanno seghe mentali. Ci si limita a sguardi, gentilezze, inviti a casa al pomeriggio e merende. Tutti abbiamo pensato qualche volta che forse era meglio così, ma adesso le paturnie da eterno adolescente non ci interessano.
Torniamo all’86 e precisamente al momento clou dell’anno scolastico: la gita. In quinta ti senti grande, sei il veterano della Scuola Elementare Leonardo da Vinci. Se ben ricordo avevo un giobbotto di jeans nuovo nuovo che mi faceva sentire troppo figo.
Poteva D. non sentirsi attirata da questi Europe che si vedevano in tele? Avevo il giubbotto, l’ellepì e lo stereo. Mi sentivo strasicuro. Potevo non precipitarmi a registrarle la cassetta?
La fantasia dei 10 anni ti fa credere a chissà quali conquiste e storie romantiche consumate sul sedile di un pullman. A quell’età siamo cavallereschi e non lo sappiamo. E neanche abbiamo ancora visto visto un numero sufficiente di immani fatiche lasciate senza uno straccio di premio da parte di indifferenti fanciulle.
Io e D. adesso non ci salutiamo neanche più: dopo gli esami di quell’estate ci siamo persi di vista e non ci riconosciamo. Non sono sicuro che sia lei la ragazza che vedo ogni tanto sul treno. Di sicuro non è a me che ha dato il primo bacio, però da quel giorno ho preso il vizio di registrare cassette alle ragazze. Il bilancio tra tempo e denaro spesi e ritorno erotico-sentimentale è ampliamente deficitario, ma nonostante tutto è un’abitudine che non ho ancora del tutto perso. A leggere Alta fedeltà di Nick Hornby mi ci sono ritrovato in pieno, per capirci.
Nel 1996 di anni ne avevo 20, altro periodo in cui mi sentivo padrone, non dico di cosa perchè non lo sapevo allora e tantomeno l’ho capito adesso, che ho altri cazzi per la testa.
Le cose andavano decisamente bene, senza niente di speciale. Ero io che vedevo tutto speciale, ma chissenefrega, beata gioventù, godi finche puoi ed invata altri luoghi comuni che a me non ne vengono in mente altri.
A vent’anni si era questo gruppo, di amici e musicisti, e si passavano le giornate a prendere per il culo tutto e tutti, piccoli ribelli involuti in pettegoline da paese.
Gli anni 80… brrr gli anni 80… ovvio che vedessimo gli Europe come gli alfieri di quegli anni così plasticosi, basta vedere una loro foto dell’epoca e semplicemente pensare che il cantante (per un certo periodo ovviamente idolo delle sempre ondivaghe ascoltatrici) aveva il roboante nome di Joey Tempest.
Insomma, tutto questo polpettone per dire che alla fine, per gli Europe nutro una certa simpatia, e non posso infierire più di tanto, perchè appena sento quel riff di tastiera e le schitarrate vado sempre un po’ in poesia.
Disgusto e nostalgia: neanche Vissani saprebbe miscelarli.
Non è colpa mia se gli anni ’80 me li sono bevuti, come fanno i bambini con le cose che non possono ancora capire.
Spero solo di non aver riportato danni permanenti, perchè, come dice il vecchio Manuel Agnelli, dagli anni ’80 non si esce vivi.