Google non trova, sa.

Scuola materna, interno giorno.

Fedele allo stereotipo che gli uomini si intendono di bricolage, la maestra chiede ad un padre dove possa trovare [qui immaginate una delle cose più improbabili da pensare un martedì mattina prima delle 9 ], a quanto pare fondamentale per un lavoretto da fare in classe.
Il padre abbozza, difende la propria dignità maschile dicendo che un oggetto di quel tipo non si trova sicuramente nei comuni centri per il bricolage ma che andrebbe cercato altrove.
La maestra sorride gentile, ma delusa quando ecco il salvataggio di una mamma sbalordita: “Una cosa così neanche Google la sa” .
Beccati questa, saputello di un Google.

 

Una serata qualunque

Mi chiamo Enrico, ho 38 anni, abito a Milano.
L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.
Ieri sera, dopo cena, mi sono messo davanti alla TV e ho cambiato canale finchè non c’erano più fiction.
Un signore barbuto che assomigliava a Gad Lerner parlava dalla sezione del PD a Firenze a cui è iscritto Matteo Renzi. Con i militanti seduti attorno al tavolo si faceva il funerale alla parola sinistra.
Mi sono guardato in giro, in effetti alla mia sinistra, sul mio divano rosso, non c’era proprio niente.
In TV, seduti attorno a tavolo, c’erano il militante anziano con i baffi (“Da Stalin a Renzi”), la ragazza giovane tutta ben vestita (“Io son bene cosa ha in testa Matteo”) e poi c’era quello di 40 anni che votava Berlusconi.
“Sono stato anche io folgorato da Berlusconi”, diceva senza troppa umiltà.

“Interessante questa trasmissione”, ho pensato io. E ho preso gli occhiali che stavano proprio lì, alla mia destra, sul mio divano rosso.

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Chi vince e chi perde

Sembra che Facebook abbia voglia di fare un po’ di ironia:

Vorrei poi sapere quale algoritmo possa accostare Bersani al baseball e nello specifico agli Oakland Athletics che, per chi non lo sapesse, riescono a vincere contro ogni pronostico e con budget ridotti all’osso.

Lo zen e l’arte della rimozione della pastina

Non scrivi più, ti dici.
Non scrivi più, ti dicono.
Non leggo più, non scrivo più non ascolto più: sono le tre scimmiette dei portachiavi da bancarella.
I bambini, la moglie, il lavoro, la casa: quando ne parli gli altri annuiscono automaticamente, ma non ascoltano nemmeno: sono frasi fatte che generano solo riflessi pavloviani.

E io corro, dormo poco, mangio male, corro, lavoro tanto, mi ammalo e non riposo, corro a scuola, corro a casa. C’è da fare, c’è da ricordarsi, bisogna andare.
Le riviste rimangono imbustate, i libri si impolverano sul comodino, fugurarsi mettere in fila un pensiero che sia più di 140 caratteri da mettere sul blog.

Poi mi ritrovo a passare momenti apparentemente infiniti a rimuovere la pastina da quasi ogni superficie della casa. Stelline tenaci e a lunga gittata, per quanto tu possa aver già pulito, ce n’è sempre una che sbuca.
Perchè un bambino di qualche mese mangia sì e no il 5% di quello che gli metti nel piatto, il resto è gioco, esperimenti e lanci.
E così, tra una stellina e l’altra, la noia della ripetizione fa sì che il cervello riparta, e che questi svegliandosi riesca a mettere in fila una sequenza di pensieri e frasi che più o meno è quello che ho appena scritto e qualcosa in più che mi tengo per me.
Devo provare col riso, domani.

Morti che ballano

Comunque vada a finire questa stagione una cosa è certa: se Moneyball non fosse già uscito, gli Oakland Athletics di quest’anno meriterebbero che si dedicasse loro un film e Brad Pitt da solo non basterebbe a riempire il cast perchè gli attori principali sarebbe molti.
Spiegarlo è facile: prendete una squadra e datele il minor budget della lega, riempite lo spogliatoio di ragazzini al loro debutto in Major League, giocatori che le altre squadre non hanno voluto e un marziano piombato in California direttamente da Cuba che per farsi capire deve servirsi di un interprete perchè sa giocare a baseball, ma non ha mai imparato l’inglese.
All’inizio del campionato tutti scuotevano la testa, questa squadra sarebbe arrivata ultima, stretta com’era tra gli stellari Texas Rangers che lo scorso anno erano arrivati alle World Series e gli Angels che avevano fatto gli acquisti più clamorosi.
Poi le cose si sono fatte interessanti, tutti gridavano di sorpresa e guardavano con compassionevole benevolenza a questa squadra di simpaticoni che sembravano divertirsi un sacco.
Come prendere sul serio questi ragazzi che si prendevano a torte in faccia e si esibivano in sgangerati balletti ispirati, guarda caso, a Weekend con il morto?

Ma ora, a poche partite dalla fine della regular season, dopo aver perso i lanciatori migliori per infortuni e una squalifica, gli Athletics hanno vinto solo 3 partite in meno dei dorati Yankees, dove giocano praticamente tutte le stelle strapagate.
Tre partite su 162 sono niente,  55 milioni di dollari spesi per pagare i giocatori contro i quasi 200 degli Yankees invece sono un miracolo: questa squadretta di sbarbati e sfigati ha potenzialmente un piede nei playoff.
Difficile dire se ci arriverà davvero e soprattutto se abbia le armi per combattere alla pari nelle finali, dove tutto è diverso e il mestiere e l’esperienza giocano sempre un ruolo importante.
Sicuramente saranno in molti a ricordare, nelle prossime stagioni, questo formidabile 2012 degli Oakland Athletics e ci sarà più di un padre che racconterà la parabola di questa Armata Brancaleone che arrivò così in alto con così poco.